Un tunnel è un paradosso scavato nella terra. 
È un vuoto che esiste, un’assenza che permette il passaggio. La sua natura è duplice: rifugio e trappola, connessione e separazione. Chi lo attraversa scompare per un istante dal mondo visibile, inghiottito dal ventre della terra, per poi riemergere altrove. È un simbolo potente: il transito tra due stati dell’essere. 
Come il mito della caverna di Platone, il tunnel può essere un passaggio tra l’ignoranza e la conoscenza, tra il buio e la luce. Oppure, come l’Inferno di Dante, può essere una discesa negli abissi della coscienza, un viaggio senza ritorno.
 E c’è un’altra questione: se nessuno ti vede attraversare un tunnel, sei davvero passato? Il tunnel mette in discussione la percezione della realtà. È la soglia tra l’esistenza e l’oblio, una pausa nel racconto della tua presenza. 
Eppure, per chi lo percorre, è un’esperienza tangibile, concreta.
 Dunque, il tunnel è un’illusione o una verità nascosta? È la metafora della vita stessa: un passaggio oscuro di cui non vediamo la fine, ma che attraversiamo comunque, sperando in una luce dall’altra parte.

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